AlisSanto subito e nuovo leader

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– Paratutto, anche le meteoriti di un controverso spot in onda questi giorni in tv. Il giorno dopo la sontuosa prestazione di  contro l’Atletico, sui social e nelle radio è scoppiata la mania per il  brasiliano che con 4 super parate ha tenuto la Roma in vita nel girone di  guadagnandosi anche il coro della  a fine partita. «Grande partita, ora cerchiamo di fare meglio», il tweet di . «Mi stava per cadere il telefono, l’ha preso », invece uno dei tanti post riservati dai tifosi all’estremo difensore che non si limita a parare. I compagni di reparto, infatti, gli riconoscono un carisma non indifferente nel comandare la difesa. Ma che  fosse un leader in Brasile già lo sapevano. Due ct come Dunga e Tite gli hanno affidato la porta della Seleçao, i suoi ex compagni lo avevano eletto capitano dell’Internacional, i tifosi lo avevano soprannominato O goleiro gato (il gatto custode). A Roma ha passato un anno in naftalina alle spalle di , senza polemica ma con la voglia di prendersi i guantoni da titolare. «Altrimenti sarei andato via», ha confidato. Lo ha fatto quest’anno, tra qualche dubbio e i rimpianti per la partenza del polacco. Rimpianti spazzati via martedì notte quando gli occhi di ghiaccio di  hanno stregato (oltre che le tifose giallorosse) anche Griezmann e compagni. «Sono un leader nato», aveva detto d’altronde in una delle sue prime interviste da romanista. Un acquisto targato , che oggi vale più dei 7,5 milioni spesi un anno e mezzo fa. Un cerchio che si chiude, a un anno di distanza, da quando il brasiliano si era giocato l’andata del playoff con il Porto. Nel match di ritorno giocò , con la Roma sconfitta 0-3 e  che dovette cedere il posto al polacco per il resto della stagione.

LEGGO (F. BALZANI)

Il rigetto dei calciatori per Di Francesco è una sentenza

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– James  non sa di calcio, ma sa di uomini (e di stadi). Gli basta sfiorare con il suo pollice bostoniano una superficie umana per capire se è di cartapesta. Quando si tratta di stregoni da panchina o di bipedi calcianti tende a fidarsi. Salvo poi diffidare di chi si fida. Gli basta poco per rovesciare il binocolo. James ha dalla sua l’entusiasmante brutalità del rullo compressore. Che si chiamino  o le decine di dirigenti italiani o yankee passati per Trigoria, James quando è l’ora ti schiaccia come un brufolo prima che diventi purulento. Non si fa il segno della croce, o forse sì, prima di spianare l’equivoco.

Nel mirino ora, dopo la gita all’Olimpico, c’è già il buon Eusebio. Tanto più appassionato quanto più inadeguato.  ne sta decifrando l’inadeguatezza. E mica perché l’abruzzese gioca il  piuttosto che il 3-5-2. Da vero cacciatore di teste e di qualunque cosa, il boss fiuta l’inconsistenza tremula di chi gli si para davanti. Ne misura la pochezza dei suoni e l’opacità dei lampi. I balbettii spacciati per grida. Non solo lui, a dire il vero. Il guaio per l’onesto Difra è che a misurare l’inconsistenza del leader cominciano, e non da ieri sera, i calciatori, lupi di terra e di mare abituati a confrontarsi con sciamani a cazzo eternamente dritto come , Guardiola, Mourinho. Gente come , Nainggo, , lo stesso , in cuor suo, onesto, leale, capace di mentire qualche volta al mondo, mai a se stesso.

Il rigetto dei calciatori è una sentenza. Non c’è scampo. Ricordate Zeman? Quando fu chiaro che stava portando la Roma allo sfascio con le sue cocciute stravaganze, smisero di giocare. Ricordate ? Quando cominciò a mostrarsi debole, sazio e distratto da altro, fu sfrattato prima ancora che lui potesse rendersene conto. Nulla di subdolo o riprovevole. Questa è la parte sana dei calciatori. Rigettano chi non sta dalla loro parte o chi non ha abbastanza bastone carismatico per abbassarne la cresta. Il calcio lo fanno i calciatori. Il rigetto dei calciatori è l’anticorpo che salva una squadra. Se  imparasse a fidarsi solo di loro o di se stesso, anche quando si tratta di pallone, dovrebbe decidere oggi stesso di chiedere scusa a  e rimandarlo in contesti più adeguati dove tentare tutta la chirurgia necessaria per cambiare maschera, voce e storia.

Ci è riuscito Allegri, l’allenatore meno carismatico del pianeta, perché non dovrebbe riuscirci lui? Ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi per capire già qui e ora che questa Roma, la Roma umiliata dall’Atletico (un giorno vi racconterò la vera storia del mitologico  da Porto Alegre a Trigoria), costretta a difendersi come una minus habens, e prima ancora dall’ con l’alibi della mala sorte e dall’Atalanta con quello della buona sorte, deve cambiare all’istante il suo conducator prima che sia troppo tardi.

Mi risulta stupefacente come, a questi livelli, i livelli di un club come la Roma, non ci si renda conto di come la prima qualità da perlustrare di un candidato sia la sua dote carismatica. Il magnete. Che può diffondersi da quattro fonti primarie, la sua storia, il suo volto, la sua voce, la sua inclinazione a giocare anche perversamente o follemente il ruolo del capo. Prendi Guardiola e Zidane (storia più volto, più voce). Prendi Mourinho (stoffa, tenebra e perversione da leader). Prendi  (la sua storia). Prendi  (volto, voce, stoffa e follia da leader). Così  (aggiungi la storia). Prendi il loco Bielsa o lo stesso Zeman (vedi ). Prendi Klopp (tutto meno che la storia, meno folle, maniacale e perverso degli altri, ma straripante e messianico abbraccio che ti porta per definizione verso terre promesse). Non prendi Allegri. E’ la  il suo carisma.

Prendi . Prova ad accostarlo a un aggettivo subliminale. Non ne trovi uno. Zero. Ragazzo splendido a farci un picnic in una banda di boy scout, ma zero carismazero follia, zero perversione. Faccia buia e voce chioccia. Non è lupo e non è lampo. Non è suono. Le sue comunicazioni pubbliche sono strazianti. Ci dicono: “Voi pensate che io non sia all’altezza? Il guaio è che il primo a pensarlo sono io…”. E così prova a confondersi facendo la voce grossa. Ma è voce che non passa. Non è mai un titolo Eusebio. Non è mai un esclamativo. Non è mai, porca miseria, un dubbio: “ma questo è un genio o un cretino?”. Zero enigmi con Difra. Dalle sua parti non latita mai una domanda appena inquietante. Non passa con noi, come volete che passi con la scafatissima banda che dovrebbe governare? Passare da  a Difra è come passare da Yul Brinner a Cecco Adinolfi.

La unica forza è anche, a oggi, la sua definitiva debolezza. La sua idea di calcio. La Roma degli ultimi trentacinque anni, da Liedholm a , passando per Eriksson, Zeman, Luis Enrique, , tra estasi e frane, ha sempre avuto una sua identità di gioco. Ha innamorato e straziato, ma sempre riconoscibile. Questa di Difra è una squadra senza identità e senza nerbo. Con l’unica risorsa che è l’orgoglio dei suoi campioni. Che non ci stanno a perdere. A Bergamo e contro l’Atletico la Roma si è aggrappata poveraccia allo specchio in frantumi della sua identità per salvicchiare una vittoria e un pareggio mai così mortificanti. Dov’è finito il suo calcio fluido e musicale? Nainggo,  e  erano uomini squadra nel coro di , esecutori di uno spartito. In questa Roma sono piccoli, frustratissimi titani che lottano solitari contro il mondo. Ingabbiati in un calcio che non porta da nessuna parte e non lascia altro che fatica e bava alla bocca.

DAGOSPIA.COM (G. DOTTO)

Di Francesco al bivio

 Cantiere Roma. Di Francesco al bivio
di francesco

 – C’è stato un periodo in cui a Roma si abusava della definizione «progetto», appesa fuori Trigoria quando allenava un Luis Enrique ancora poco noto ai più, e si chiedeva a gran voce di avere pazienza. Sei stagioni dopo il ritornello sembra lo stesso: per vedere la mano di  serve tempo, il cantiere è aperto e i lavori in corso. Ma campionato e  sono cominciati e i giallorossi sono in ritardo su diversi aspetti, gioco e condizione fisica su tutti. «Auguro ai tifosi di essere felici anche il maggio prossimo», l’amaro messaggio di fine anno di , convinto che «uno come  è difficile da trovare». Innegabile il dispiacere della squadra nel veder andar via chi l’aveva riportata in alto. Ricominciare da capo quando il passato è impresso nella mente come un mantra è un’operazione che richiede totale fiducia, tempo e lavoro. Dopo tre mesi, però, c’è chi si sente scomodo in un ruolo, chi troppo solo,  si dice non soddisfatto nonostante il punto d’oro conquistato contro l’Atletico  e i leader dello spogliatoio chiedono pazienza perché «dobbiamo migliorare, ma ci manca poco». Eppure la soluzione non sembra esattamente dietro l’angolo. Un cambio di rotta potrebbe arrivare qualora  decidesse di varare una nuova Roma. Di non essere un integralista l’ha dimostrato apportando modifiche a gara in corso, ricorrendo anche alla difesa a tre (o per meglio dire a cinque) quando la squadra stava soffocando sotto gli attacchi spagnoli. Un provvedimento temporaneo e necessario, intelligente a dirla tutta. «Una scelta – ha spiegato il tecnico a fine match – dettata dal momento, ma si può pensare di ripeterla in futuro viste le caratteristiche della rosa». La forza di un bravo allenatore sta nel far giocare al meglio i calciatori che ha, non nel disporli secondo un credo prestabilito. I dubbi sul  sono sorti subito, la Roma non ha gli esterni giusti per assecondare il modulo di  e l’unico rimedio alla possibile crisi di rigetto è un cambio in corsa. Il dopo- sta facendo soffrire , che in un centrocampo a tre non si esprime al massimo, e soprattutto , autore nella passata stagione di 14 gol da trequartista, ora tornato a fare il mediano a malincuore.

Ha la tigna di sempre, ma la distanza dalla porta rende meno efficace lui e la squadra di conseguenza.  ha lamentato una solitudine comprensibile dopo l’uno contro tutti nella notte di , poi a mente fredda ha rettificato: «Mi dispiace che le mie parole siano state interpretate come una critica a , i suoi insegnamenti sono giusti e impegnandoci al massimo otterremo i risultati che vogliamo». Un gol su azione (proprio di Edin) in tre partite la dice lunga però sulla produzione offensiva della Roma sembra aver ritrovato l’ispirazione, ma continua a non pungere sotto porta, Defrel è sacrificato sulla fascia e la conseguenza è un attacco spuntato. L’inserimento di Schick potrebbe attutire il senso di abbandono di  dopo l’addio di  e il distacco da , a patto che  riesca a farli convivere. Gli infortuni hanno sicuramente rallentato il processo di apprendimento e sono un’attenuante importante, così come le sviste arbitrali, che Var o non Var hanno inciso sui risultati. Alibi ce ne sono anche per il ritardo nella condizione fisica, un problema palesato dallo stesso tecnico, che in ritiro a Pinzolo ha potuto lavorare praticamente solo con i Primavera, poi negli Usa si è partiti forte con le amichevoli per cui non si è potuto fare un lavoro specifico con i nazionali. Fatto sta che i Colchoneros andavano al doppio della velocità e la batteria della maggior parte dei giallorossi si esaurisce dopo un’ora. Senza i miracoli di  e i pali non sarebbe finita a reti bianche: 12 i tiri degli spagnoli da dentro l’area, troppe le concessioni di una difesa da collaudare. L’augurio di  oggi suona come un triste presagio, ma la via della felicità resta aperta, basta solo prendere la strada giusta.

 

IL TEMPO (E. MENGHI)