Jim, la crisi del settimo anno è cominciata sette anni fa

Pallotta dopo la sconfitta di Cagliari ha pensato all’addio. Il suo rapporto con Monchi & company vive una profonda crisi.

La temuta crisi del settimo anno sta investendo la Roma e il suo presidente James Pallotta, stanco di assistere ai continui tracolli sportivi (classifica povera della squadra) e politici (stadio). Lo scorso 27 agosto l’imprenditore statunitense è entrato nel settimo anno di presidenza e il suo rapporto con Monchi, scrive Gianlunca Lengua su Il Messaggerosta vivendo una profonda crisi.  

Da uomo-business, Pallotta ha sempre delegato la gestione del club a persone giudicate universalmente competenti: prima Sabatini e adesso Monchi hanno avuto un’enorme responsabilità non solo nell’acquistare calciatori, ma anche nel decidere la guida tecnica. Non avendo conoscenze profonde di calcio, Pallotta non può far altro che fidarsi, ma è esattamente questa componente che sta venendo meno (l’unico collaboratore di cui si fida oggi è il consulente Baldini): dopo il disastro di Cagliari il presidente ha pensato seriamente di passare la mano, di dire basta con la Roma, di tirarsi fuori il più presto possibile da un business che potrebbe creargli solo problemi. Rabbia comprensibile, figlia anche di una passione che con gli anni è emersa, lo ha coinvolto e si è consolidata con la semifinale di Champions, ma che difficilmente lo farà andare oltre il pareggio di bilancio.

FONTE  G.LENGUA

Favino: “Totti un pezzo di storia, ma ha sbagliato a dire che la Juve fa un altro campionato”

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L’attore: “Non sopporto chi parla male di Dzeko. De Rossi resta l’anima di questa squadra. Resto convinto che in Champions ci arriveremo comodamente”

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“Con l’addio al calcio di Totti ho vissuto l’ultimo momento analogico della vita mia e di molti tifosi giallorossi. Ci siamo visti passare davanti 25 anni della nostra storia e non è una cosa che si può tanto spiegare. Di sicuro resta dentro e qualche sera dopo, sperando di farmela andare via, ho scritto la poesia”. Parola di Pierfrancesco Favino, romanista d’altri tempi oltre che fenomeno della pellicola.

Pronto ad arrivare nelle sale con la sua versione de I Moschettieri, racconta a Gazzetta.it la sua passione giallorossa: Sono stato abbonato per una vita. Ora sto inculcando il virus giallorosso anche alle bambine: con Greta, che ha 12 anni, sono andato anche a Liverpool l’anno scorso”. E i moschettieri di questa Roma? “Ce li aveva… l’asse Alisson-De Rossi-Strootman-Dzeko. Oggi non so, non mi dispiacciono Nzonzi e Manolas come personalità, Kolarov è uno con cui non vorrei litigare, De Rossi resta l’anima di questa squadra e Dzeko è un cardine fondamentale: non sopporto chi ne parla male, non ci si rende conto di quanto pesi la sua presenza in campo anche quando non la mette dentro. È un vero leader“. Ma c’è un D’Artagnan? “Volendolo vedere come il ragazzino talentuoso del romanzo, dico Kluivert. Ha la sfacciataggine giusta per giocare come se stesse nel campetto sotto casa e la guasconeria per provare il numero che non ti aspetti. E poi rappresenta quel gruppo di giovani che in futuro possono fare la differenza, come Coric, Under, Pellegrini e speriamo anche Karsdorp”.

Non solo giocatori, la passione di Favino arriva anche ai dirigenti: “E comunque la Roma ha perso un altro grande moschettiere: Walter Sabatini, che io amo alla follia perché ha una visione romantica del calcio, come del resto la tifoseria romanista. Monchi ne ha un’altra, che ha a che fare con il mondo della finanza come il calcio di oggi richiede. Sta cambiando tutto, se parliamo di Superlega vuol dire che si sta facendo una netta distinzione tra ricchi e poveri. E dispiace, perché il calcio più di ogni altra cosa ha sempre avuto la forza rara di unire sugli spalti il nobile e il poveraccio. Mi auguro resti uno sport, che per definizione mette tutti nelle stesse condizioni di partenza. Ecco, il nemico del calcio, il nostro Richelieu, è proprio questo, il sistema finanziario legato al mercato e ai diritti televisivi, il trading insomma”.

Sul campionato: “Se la Juve ha già vinto? Sì, ma per me è stato fatto un errore enorme alla seconda giornata, quando qualcuno della società (nientemeno che Totti, ndr) ha detto che i bianconeri giocavano un altro campionato. Io da tifoso mi sono sentito demotivato, figurati un calciatore di vent’anni. Secondo me la Roma arriva in Champions, anche piuttosto comodamente. Gli ottavi? Può succedere di tutto, ma non sembriamo in grado di imporre il nostro gioco come in passato”. Poi una battuta: “Nudo se la Roma vince la Champions? No…”.

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Eusebio (in)colpevole

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Di Francesco imputato numero 1. E’ calato l’amore verso un uomo immerso in equivoci tattici, gaffe di comunicazione e rapporti tesi con società e giocatori

Criticare Di Francesco per quello che dice o quello che fa come allenatore è cosa buona e giusta. Oltreché legittima. Eusebio sbaglia, ha sbagliato e sbaglierà, in qualsiasi panchina si siederà in futuro. Oggi lo guardi e sembra un cane bastonato, di ridere non ha voglia alcuna. Non sembra più in grado di dominare la situazione e non gli fa bene prendersela sempre con i suoi calciatori. L’errore di comunicazione è alla base, scrive Angeloni su Il Messaggero.

Di Francesco si ritrova una squadra non adatta al calcio che aveva pensato. Se la squadra è stata smontata, se qualche acquisto non è stato di suo gradimento, perché non lo ha detto? Se invece era tutto come voleva lui, allora è complice. Delle due, l’una.  Di Francesco si lamenta e fa capire che in panchina ci fosse il nulla. E’ vero, i cambi sono stati cervellotici, comunque entrano Lu.Pellegrini, da tanti considerato il nuovo Roberto Carlos; Pastore, da tanti ritenuto il fiore all’occhiello dell’ultimo mercato, e infine Juan Jesus, sempre quello che ha fermato Messi otto mesi fa. Il problema è che con certe sostituzioni si dà un impulso negativo alla squadra, la si consegna agli avversari. Quindi è un fatto mentale: giocatori sfiduciati, allenatore senza soluzioni.

La Roma è fatta di equivoci tecnici, DiFra subisce e combatte la scarsa fiducia che a Trigoria, in tanti, hanno nei suoi confronti. E’ dura andare avanti così, con la terra bruciata intorno. La Roma è una squadra impostata male (colpe della società) ma non è da metà classifica (colpe dell’allenatore). In questi casi ci si dice addio.

FONTE   ANGELONI

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