Burdisso tenta De Rossi: il Boca Juniors ci prova

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L’ex difensore giallorosso, ora ds degli argentini, avrebbe contattato ieri il capitano romanista per convincerlo a raggiungerlo

Daniele De Rossi è pronto a lasciare la Roma. La fine della sua carriera non sarà allo stadio Olimpico, come successo per Totti. De Rossi smetterà da capitano il prossimo 26 maggio, poi continuerà a giocare. L’ipotesi estero è quella più accreditata. L’MLS già se lo contende, ma in corsa ci sono anche il Giappone e l’Argentina. Come scrive tuttomercatoweb, il Boca Juniors, tramite il ds Burdisso, avrebbe contattato il centrocampista per provare a convincerlo ad accettare gli Xeneize. Una possibilità che lo stesso De Rossi in passato aveva svelato di non disdegnare.

FONTE   TUTTOMERCATO

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De Rossi, ‘The Independent’ attacca: “Decisione vergognosa, meritava di meglio”

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Il giornale londinese senza peli sulla lingua contro la società: “Dopo 18 anni il trattamento più ingiusto”

“Vergognoso, ingiusto, una tragedia”. La scelta della Roma di non rinnovare il contratto del suo capitano e simbolo Daniele De Rossi ha fatto rumore anche oltre il Grande Raccordo Anulare. Il giornale online londinese ‘The Independent’, punta il dito dritto contro la società (o azienda come l’ha definita il CEO Fienga) e apre con un titolo che non lascia spazio all’interpretazione “De Rossi si meritava di meglio rispetto a questa vergognosa decisione di mettere improvvisamente fine ad una storia d’amore lunga 18 anni”. A Roma i tifosi protestano aspramente e la storia d’amore di De Rossi il 26 maggio è “destinata a finire in tragedia”

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Addio De Rossi, Giannini: “Il 26 maggio vada al mare con la famiglia”

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Le parole del Principe: “Sono nervoso, amareggiato, deluso. Un altro pezzo di storia che viene scaricato e allontanato”

Giuseppe Giannini, come Francesco Totti, è uno dei pochi che sa realmente quello che sta provando in queste ore De Rossi. Anzi, il Principe – rispetto ai suoi successori – visse addirittura una duplice beffa. Perché impossibilitato a salutare la tifoseria in campionato all’Olimpico il 12 maggio del 1996 contro l’Inter (era squalificato), lo fece con una festa postuma (nel 2000), rovinata da un mix di amore nei suoi confronti e rabbia della tifoseria verso la precedente gestione, a tre giorni dalla vittoria dello scudetto della Lazio. La sua intervista a Il Messaggero:

Trova analogie con il suo addio?
Tante ma è trascorso tanto tempo e alcune persone non ci sono più. Sarebbe indelicato.

Come ha reagito quando è venuto a conoscenza della notizia?
Male. Sono nervoso, amareggiato, deluso. Un altro pezzo di storia che viene scaricato e allontanato. Mi dispiace, meritava ben altro. Uno che fa oltre 600 presenze con la Roma non può essere salutato con mezz’ora di conferenza stampa o un ringraziamento via tweet. Mi auguro solo che non sia un’indicazione del prossimo tecnico. L’unica cosa che mi ha fatto sorridere è quando Daniele ha detto che la sua auto va in automatico a Trigoria. Mi ha rubato una frase di 20 anni fa. Da casa impiegavo 12 minuti e posso raccontarle anche come erano posizionate le buche.

Che cosa consiglia a De Rossi?
Di andarsene al mare con la famiglia il giorno di Roma-Parma. Sarebbe un segnale forte. C’è poi il rischio, come accadde con me, che un giorno di festa si trasformi in una contestazione forte nei confronti del club. Tanto la gente che gli vuole bene, ora che lo sa, andrà in trasferta per salutarlo.

FONTE   IL  MESSAGGERO

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Lo chiamavano capitan Futuro

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Scrive Gramellini su Il Corriere della Sera: “Prima o poi tutti prendono congedo, ma con la sensazione di essere vittime di un’ingiustizia e bersagli dell’ingratitudine umana”

Per tre lustri Daniele De Rossi è stato il figlio cadetto di mamma Roma. Lo chiamavano capitan Futuro, soprannome che nacque come augurio e divenne una maledizione. De Rossi si è ritrovato capitan Presente a un’età in cui i campioni come lui cominciano ad appartenere al passato. La generazione di Platini ne aveva consapevolezza e si ritirava al primo accenno di fiatone. Ma con l’evoluzione della specie nessuno si sente più addosso i propri anni e De Rossi non accetta l’idea di essere troppo vecchio per fare il mestiere che gli rende e che gli piace. Succede anche fuori dallo sport. De Rossi è chiunque svolga un lavoro gratificante oltre il quale non riesce a scorgere nuove opportunità esistenziali, ma solo il viale del tramonto. Prima o poi tutti prendono congedo, ma con la sensazione di essere vittime di un’ingiustizia e bersagli dell’ingratitudine umana. Lo scrive Gramellini su Il Corriere della Sera.

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De Rossi, il retroscena di Marchisio: “Volevamo convincerlo a venire alla Juve, ma non è servito”

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Il centrocampista adesso allo Zenit: “Lo ammiro tanto, restare per tanto tempo nello stesso posto non è semplice”

Tra i messaggi più belli ricevuti da Daniele De Rossi c’è sicuramente quello di Marchisio: “Alcune bandiere continueranno a sventolare grazie alla forza dell’amore”. Il legame tra i due, grazie agli anni nella Nazionale, va oltre il campo. In un’intervista a Tuttosport, il centrocampista dello Zenit ha svelato un retroscena di mercato riguardante proprio De Rossi e la Juve: “Lo ammiro tanto, restare per tanto tempo nello stesso posto non è semplice, succedono tante cose belle ma anche altre meno positive. Ai tempi di Conte, con Chiellini e Buffon in Nazionale lo pressavamo parecchio, volevamo convincerlo a venire da noi. Ma non è servito granché. Non ve l’aspettavate? Beh, a noi giocatori spesso tocca questo lavoro quando c’è di mezzo il calciomercato, anche se sono più numerose le volte che non ha funzionato”.

FONTE    TUTTOSPORT

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De Rossi se ne va. La Roma lo scarica, nessun rinnovo

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 – Beep. Il display che s’illumina, il messaggino che racconta l’ultima storia. «Volevo essere io a dirtelo e non fartelo sapere da altri. A fine stagione lascerò la Roma, ma sono orgoglioso di essere stato il tuo capitano». Anche questo in fondo è stile: avvisare i propri compagni di quello che poche ore dopo – con un tweet di primo mattino – sarebbe stato di dominio pubblico: il club giallorosso non rinnova il contratto in scadenza e Daniele De Rossi se ne va a giocare altrove. L’onda mediatica che si crea è di quelle impossibili da surfare senza restare incagliati nelle critiche. Non basta certo il grazie di Pallotta («Le porte per lui rimarranno sempre aperte con un nuovo ruolo in qualsiasi momento deciderà di tornare») a placare l’universo giallorosso che, dopo il tempestoso addio di Totti, ha perso un altro punto di riferimento. Per De Rossi, da oggi, il futuro è da scrivere. «Ho sempre detto che potrebbe piacermi fare l’allenatore, prima però devo studiare. Il dirigente non mi attira particolarmente, ma qui a Roma poteva avere un senso diverso. La sensazione però, anche guardando chi mi ha preceduto è che si possa incidere poco. Faccio fare il lavoro sporco a Francesco, spero che prenda più potere possibile, ed un giorno se cambierò totalmente idea lo raggiungerò».

FONTE    LA GAZZETTA DELLO SPORT

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E’ solo l’inizio di un’altra rivoluzione

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– L’operazione è chiara e ha un nome solo: rivoluzione. La società giallorossa al termine di una stagione drammatica, decide di non giocare al ribasso ma di puntare forte, anzi fortissimo sul futuro. E lo fa senza mezze misure, perché quella del prossimo anno dovrà essere davvero una Roma nuova, quella della svolta con o senza lo
stadio. Perché l’operazione De Rossi, che significa rinunciare a un giocatore, ma soprattutto a un uomo della sua stazza, è rischiosissima: ai tifosi puoi anche far mandar giù le cessioni di Strootman e Nainggolan (lunga la lista degli addii dolorosi, tre dei quali disputeranno la prossima finale di Champions League), ma quando metti mano sulle pedine pesanti, quando tocchi il cuore, è tutta un’altra Cosa.

Con De Rossi la Roma perde un altro pezzo di casa, una stanza intera verrebbe da dire, un altro passo verso la «deromanizzazione» voluta fortemente dalla nuova società e iniziata con Totti: giusto o sbagliato che sia, non spetta a noi dirlo. Un principio, una voglia di strutturarsi come un grande club internazionale, che sarebbe anche condivisibile se
arrivassero i risultati. Il problema alla fine è tutto lì: se vinci puoi fare (quasi) tutto quello che vuoi, puoi permetterti il lusso di cacciare a calci nel sedere Del Piero, cambiare un allenatore che ha vinto tre scudetti consecutivi e anche metterne in discussione un altro che ha infilato in bacheca i cinque successivi. Ma se non vinci è dura da mandare giù. Resta così solo un addio doloroso, di un ragazzo per bene, con un’altra testa rispetto alla media e che presto vedremo allenare su qualche panchina pesante. Ma soprattutto di un romanista vero che mancherà infinitamente alla sua gente che lo ringrazia per questo diciotto anni di passione: nel bene e nel male.

Da parte nostra un «in bocca al lupo» vero per il suo futuro. E chissà un domani..

FONTE    IL TEMPO – CARMELLINI

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La Roma toglie il pallone a De Rossi

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 – La seconda bandiera ammainata, l’ennesimo colpo al cuore dei tifosi giallorossi. Due anni dopo lo struggente ritiro di Totti, tocca a De Rossi dire addio alla Roma da calciatore, con una differenza sostanziale: lui continuerà a giocare, come anticipato da Il Temposabato scorso, in un’altra squadra che ancora deve scegliere. Era nell’aria, De Rossi aveva capito tutto da giorni, ma solo lunedì pomeriggio è stato convocato del Ceo Guido Fienga per la comunicazione ufficiale della scelta presa dalla società: niente rinnovo da calciatore, il contratto scadrà il 30 giugno e non verrà prolungato. A quel punto si è deciso di rendere noto il tutto in modo da organizzare per tempo il giusto tributo per il suo addio tra due domeniche contro il Parma.

Il comunicato emesso dalla Roma sui social ieri mattina ha scosso un’intera città: «Quasi 18 anni fa – ha ricordato la società – un giovanissimo Daniele De Rossi faceva il suo debutto con la Roma contro l’Anderlecht. Con il Parma, all’Olimpico, giocherà la sua ultima partita con la nostra maglia. Sarà la fine di un’era». Allegate le parole di rito di Pallotta: «E stato il cuore pulsante della Roma – ha detto il presidente da Boston – ci commuoveremo tutti quando indosserà per l’ultima volta la maglia giallorossa e rispettiamo la decisione di proseguire la sua carriera da calciatore. Le porte della Roma per lui rimarranno aperte con un nuovo ruolo in qualsiasi momento».

Ecco, il nodo è tutto qui: il club ha proposto a De Rossi di proseguire il suo cammino a Trigoria in ogni veste possibile tranne quella che desiderava il ragazzo. La Roma lo avrebbe voluto allenatore, dirigente, tutto meno che calciatore. Una scelta dura, gestita con tempi e modi discutibili, di sicuro coraggiosa e altamente impopolare. Arriva al termine di una stagione semi-disastrosa e che ha già portato via un direttore sportivo e un allenatore, una decisione che De Rossi non condivide pur rispettandola. Così come aveva storto il naso per le cessioni dei vari big nelle ultime due estati e per alcune dinamiche in cui non si riconosce più (vedi la cacciata di medico e fisioterapista a cui è legatissimo): prese di posizione che lo hanno fatto allontanare dalla dirigenza, che nel frattempo ha deciso di varare l’ennesima rivoluzione della rosa, da cambiare, ringiovanire e rendere meno costosa: l’anno prossimo, salvo miracoli sportivi (o giuridici: l’esclusione del Milan da parte della Uefa) non ci saranno i soldi della Champions da sfruttare.

Qualsiasi allenatore arriverà, dovrà ripartire senza De Rossi e molto probabilmente Dzeko e Manolas, una prospettiva che non ha convinto Conte mentre sembra star bene a Gasperini: ora è il tecnico dell’Atalanta in primissima fila per la panchina dell’anno prossimo, lui che oggi sfiderà la Lazio in finale di Coppa Italia e una volta concluso il campionato chiederà a Percassi di andar via. Sta per nascere quindi la Roma di Petrachi (anche lui deve liberarsi dal Torino e dovrà lottare ancor più del tecnico) e di Gasperini, con la regia del nuovo uomo forte di Trigoria: Guido Fienga, colui che più di tutti fra i dirigenti ha forzato per lo strappo con De Rossi – ma anche gli altri da Pallottaa Baldini approvano la scelta – e ieri ci ha messo la faccia accanto al capitano. «L’azienda – spiega il Ceo – si è resa conto di dover cambiare una serie di scelte fatte nel recente passato, per consentirci di ripartire. Ho sperato che Daniele volesse restarmi accanto perché mai come ora mi avrebbe fatto comodo, lui ha espresso altre idee e spero che in futuro quanto prima accoglierà la nostra proposta». Ma adesso c’è una Roma da rifare, con tutto il mondo fuori contro

FONTE    IL TEMPO – AUSTINI 

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De Rossi, l’addio del gladiatore nella città che perde i simboli

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Il rapporto incrinato tra la società giallorossa e Roma, complici le scelte di mercato, i risultati e le alterne vicende dello stadio. Nel gran rifiuto del calciatore il declino del calcio scaccia guai

Per un giorno la capitale pallonara ha smesso di affannarsi dietro al calciomercato, al totoallenatore, al “famo ‘sto stadio”, scrivono Lorenzo D’Albergo e Luca Monaco su La Repubblica. Ma che importa della Champions, dell’Europa. Riflettori puntati su Daniele De Rossi.

L’ultimo tackle, davanti al resto della squadra, De Rossi lo ha condito con parole pesanti. Sconvolgenti per i meccanismi della Roma e di Roma. L’addio stavolta è indigesto. Quello di Totti, seppur imputato ai litigi con l’ex mister Spalletti, è stato metabolizzato. Troppi 40 anni per continuare a stupire. Il saluto di De Rossi, invece, è uno schiaffo. È la privazione inattesa del simbolo. La bandiera che, senza un perché, smette di sventolare.

Peraltro nel nome di una rivoluzione a cui ha già detto «no» Antonio Conte, stracorteggiato big della panchina. Inevitabile effetto del commiato, la presa di coscienza collettiva. Il tifo giallorosso, forse mai tanto compatto, chiede trofei. E, siccome i titoli non sono mai arrivati con la gestione americana di James Pallotta, fino a ieri si era accontentato del trofeo della romanità: “De Rossi il nostro vanto”. Ora il petto è sgonfio.

Gli ultrà sono confusi. Hanno convocato un sit in a Trigoria per sabato mattina. Ma la squadra sarà in Emilia, per la sfida con il Sassuolo, e gli uffici della società sono all’Eur. I dirigenti, appunto.

De Rossi, concentrato di passione giallorossa con un papà mister della primavera, per i tifosi resta un modello. I primi calci sulla spiaggia, la fama, il privilegio di difendere i colori della sua città. Il distacco fa male, risveglia gli istinti di chi aspetta stadio e vittorie da dieci anni. Tutto fermo, tranne le vele sangue e oro.

FONTE    LUCA  MONACO

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Zaniolo: “L’assenza di De Rossi sarà pesantissima per noi”

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L’addio al suo capitano: “Mi ha trattato come un figlio. Ora regaliamogli la Champions. Il mio futuro? Lo vedo ancora qui”

A Trigoria aveva gli occhi fissi su di lui, quasi come guardi qualcosa di cui ancora non te ne fai una ragione. Nel pomeriggio, invece, gli ha dedicato una serie di dolci pensieri, anche in virtù dell’accoglienza che Daniele De Rossi gli aveva riservato appena sbarcato a Roma. “Perché mi ha accolto e poi anche trattato come un figlio, dentro e fuori il campo. E di questo posso solo ringraziarlo di cuore”, dice Nicolò Zaniolo, che ieri al salone d’Onore del Coni ha ricevuto il premio cultura sportiva «Beppe Viola» insieme al c.t. azzurro Roberto Mancini.

“A Trigoria qualche lacrima mi è uscita, non lo voglio e posso negare. Daniele è un giocatore assurdo, un leader dentro e fuori il campo, lui è la Roma” spiega. E poi il ricordo di quel messaggio, il primo che De Rossi gli mandò ancora prima del suo arrivo a Roma. Per farlo sentire subito a casa, per farlo sentire subito a suo agio. “Lo ricordo bene: ‘Benvenuto nella nostra famiglia, io sono il vecchio di casa, tu sei il nuovo. Sei uno di noi’”. E sulla questione rinnovo. “Sono sereno, perché ho ancora 4 anni di contratto e sono certo che a fine stagione troveremo la soluzione–chiude Zaniolo –. L’interesse di certi club fa piacere, ma vedo il mio futuro ancora nella Roma”.

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De Rossi, il timore di finire come l’amico Totti

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Daniele e il “no” all’offerta di Pallotta di fare il dirigente: poca operatività come sta accadendo per il Capitano. E spunta il ruolo di Franco Baldini

Da una parte la voglia di continuare a giocare con la Roma; dall’altra la decisione di non rinnovargli il contratto, con il club pronto a far restare De Rossi in azienda (cit. Fienga) ma con mansioni inedite.

Non si è arrivati ad un accordo perché Daniele vuole continuare a fare il calciatore (“Ma loro non hanno voluto”), anche lontano dalla Capitale e forse nel nostro campionato (occhio all’estero, cioè Usa), e pure perché – analizzando il suo virgolettato non condivide la gestione della Roma attuale, scrive Mimmo Ferretti su Il Messaggero.

Da qui il suo “no” all’offerta formulatagli dal ceo Fienga di restare/entrare nei quadri societari. Le sue parole aiutano a capire l’intera questione. “Il non rinnovo del contratto mi è stato comunicato ieri (lunedì, ndr), ma ho trentasei anni e non sono scemo. Ho vissuto nel mondo del calcio: se nessuno ti chiama per un anno o per dieci mesi, nemmeno per ipotizzare il contratto, la direzione è quella”.

Chiarissimo il riferimento al presidente James Pallotta, che da oltre un anno non mette piede a Trigoria. Con una frecciata anche a chi rappresenta il bostoniano nella Capitale e che, al di là del mea culpa di Fienga, non ha preso in considerazione la faccenda nei tempi e con i modi dovuti. Problema sottovalutato? Troppo rinviato, piuttosto. “Non ho rancore nei confronti di nessuno, parlerò col presidente un giorno… E con Franco Baldini (sdoganato per la prima volta in Casa Roma, ndr)”. Baldini, dunque, esiste. E da lontano detta la linea e suggerisce molte mosse a Pallotta.

“Io a un giocatore come me avrei rinnovato il contratto, perché quando ho giocato ho fatto bene e nello spogliatoio non creo problemi, anzi li risolvo. Se fossi un bravo dirigente, come dice Fienga, mi sarei rinnovato il contratto” dice De Rossi.

Poi, una frase che non lascia spazio a dubbi sui motivi che l’hanno portato a dire “no” alla scrivania. “Fare il dirigente non mi attira particolarmente, anche se qui a Roma avrebbe un senso diverso. La sensazione è che, anche guardando chi mi ha preceduto, ancora si possa incidere poco (e guardava Totti… ndr), si possa mettere poco in un ambiente che conosciamo bene. Faccio fare il lavoro sporco a Francesco e un giorno se cambierò idea lo raggiungerò. E’ vero che mi accoglieranno a braccia aperte, ma mi piacerebbe fare il lavoro che vorrei fare”.

Traduzione: non voglio fare la fine di Totti, che due anni dopo il suo ingresso in società non ha ancora un ruolo operativo definito.

FONTE  Mimmo Ferretti

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